Pesce Frankestein…


ma non è il solo a farci male!

La Food and Drug Administration americana ha in animo di autorizzare il primo pesce geneticamente modificato, già soprannominato “frankenfish”, ma i consumatori nemmeno immaginano quanto possa essere rischioso per la salute il pesce che già oggi troviamo nei supermercati, soprattutto quello d’allevamento.

Spesso rischioso per la salute, dannoso per l’ambiente e/o economicamente insostenibile. E’ il pesce oggi, nella nostra società del consumo e dello spreco sfrenato. Un terzo delle riserve mondiali di pesce sono al collasso, la fauna ittica non riesce a rigenerarsi data la velocità con cui viene catturata e uccisa, stando a quanto riportato anche nel libro Oceana di Ted Danson.

In attesa dell’ok al salmone ogm, intanto è bene fare attenzione al pesce d’allevamento (anche il salmone ogm lo sarà), come ammonisce anche l’associazione Organic Consumers.

La sempre maggiore richieste di pesce e di integratori a base di omega-3 hanno fatto ancor più la fortuna dell’acquacoltura, un’industria che sta crescendo velocemente. Già nel 2013 il pesce d’allevamento copriva oltre la metà del pesce mangiato e ha addrittura superato la produzione di carne di manzo. Il pesce libero, cosiddetto wild, è invece diminuito per l’eccessivo sfruttamento.

I pesci d’allevamento sono allevati in vasche, spesso hanno pochissimo spazio per muoversi, sono sottoposti a fortissimo stress e sono molto più suscettibili alle malattie. Quindi si utilizzano grandi quantità di antibiotici e sostanze chimiche che finiscono poi, insieme al pesce, sulle nostre tavole. Mentre alcuni pesci di allevamento assumono alimenti vegetali, altri sono carnivori e necessitano di altro pesce più piccolo per mangiare. Quindi significa che, a meno che non vengano alimentati con mangimi costituiti da scarti e carcasse o altre sostanze simili, per alimentare i pesci come tonni e salmoni occorre utilizzare altri pesci più piccoli in grandi quantità e questo è un altro punto in negativo per la sostenibilità degli allevamenti ittici. I pesci possono essere anche nutriti con soia o derivati animali di vario genere e non c’è modo per il consumatore di sapere cosa ha mangiato il pesce che gli finisce nel piatto.

Occorre poi considerare l’impatto ambientale delle deiezioni dei pesci in caso di allevamenti intensivi. Nella aree marine vicine agli allevamenti si riscontra una eleveta quantità di carbonio, azoto e fosfati che possono mettere a rischio gli ecosistemi locali e accumularsi sotto forma di sedimenti oceanici. Tali sostanze possono portare al proliferare di alghe e alla de-ossigenazione dell’acqua.

Più l’industria ittica cresce, più i prezzi del pesce calano e i pesci più a buon mercato provengono dalle aree dove la legislazione è meno vincolante. Inoltre soprattutto per il pesce proveniente dall’Asia, occorre riflettere bene sul sistema di sfruttamento della manodopera di cui abbiamo scritto anche in precedenza.

Meglio dunque acquistare pesce solo da piccoli pescatori nei luoghi di pesca, almeno si contribuisce al sostentamento della popolazione locale. E se questo è possibile solo ogni tanto…lasciamo che sia ogni tanto. Di più rischia di essere, appunto, insostenibile e rischioso per la salute.

Pesci più salubri di altri:

http://www.seafoodwatch.org/cr/cr_seafoodwatch/download.aspx

Pesci pescati con impatto minore:

http://blueocean.org/seafoods/

di Giovanni Fez – 01/09/2014

Fonte: Il Cambiamento

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=49254

 

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