Vendere la morte, promettere la vita


sigaretta

Nella società odierna le imprese che vendono la morte sono molteplici e differenti. In ogni settore merceologico ci sono decine di imprese che, incuranti del benessere dell’uomo e dell’ambiente, inquinano ed avvelenano pur di accumulare profitti. Le stesse imprese che si dichiarano socialmente responsabili.

Se un giorno si conducesse un intervista presso un gruppo relativamente ampio di persone e si ponesse loro la domanda: “Ti fideresti mai di un serial-killer ?”, c’è da aspettarsi che la maggior parte di esse risponderebbe istintivamente “No”, e questo sull’assunto che gli intervistati siano tutte persone dotate di cultura media e di buon senso. Un esperimento del genere non è mai stato condotto ma è abbastanza agevole dedurne i risultati facendosi guidare la proprio buonsenso, ponendo a sé stessi la domanda “Mi fiderei di un serial-killer?”. E’ quasi scontato che un serial-killer non ispiri fiducia. Che si tratti di una persona incapace di intendere o di volere, o semplicemente di una persona malvagia, senza morale né sentimenti, nessuno riporrebbe la propria fiducia in una persona del genere. Nessuno darebbe credito alle sue parole, ai suoi atti di generosità o di altruismo qualora il soggetto li manifestasse. Un individuo del genere sarebbe destinato al discredito e all’isolamento perenne. Fatta questa doverosa premessa. alla luce di quelle che chiamiamo evidenza dei fatti e luce della ragione, osservando il mondo in cui viviamo dobbiamo ammettere, nostro malgrado, che abbiamo molti motivi per ricrederci.

Nella società odierna le compagnie che vendono la morte sono molteplici e differenti. In ogni settore merceologico ci sono decine di imprese che, incuranti della salute dell’uomo e della salvaguardia dell’ambiente, inquinano ed avvelenano pur di accumulare profitti. Imprese che utilizzano sostanze cancerogene negli alimenti, che non eseguono adeguati e doverosi confronti su materie prime e fornitori, che non rispettano gli standard di qualità, che non garantiscono ai propri dipendenti luoghi di lavoro sicuri e uno stipendio adeguato. Ci sono poi imprese che commercializzano prodotti i cui effetti sono notoriamente dannosi per l’uomo e sono causa di malattie più o meno gravi. I produttori di armi da fuoco e mine antiuomo sono senza dubbio i primi della black-list, ça va san dire. Ma causano la morte anche le sigarette, l’alcool, per non  parlare degli effetti nocivi di psicofarmaci, vaccini e delle ripercussioni sulla vita ed il benessere psico-fisico delle slot-machine e dunque del gioco d’azzardo. La società del consumo pullula di beni dannosi ma di entertainment, beni utilizzati come palliativi, nel tempo libero o semplicemente perché di moda.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) il tabagismo è la seconda causa di morte nel mondo e la principale causa di morte evitabile. Ogni anno 6 milioni di persone perdono la vita in seguito ai danni da tabagismo. [1] Una vera e propria piaga sociale, ma  anche un business altamente profittevole. Oggi la produzione e commercializzazione del tabacco è saldamente nelle mani di sei grosse multinazionali. Le Big Six sono la Cina National Tobacco Corporation, un monopolio di Stato (le sigarette nel mondo sono perlopiù prodotte in Cina, che ha il 43% del mercato globale); Philip Morris, di cui le leggendarie Malboro sono il marchio più diffuso, con il 16,4% del mercato. Con la differenza di un solo punto percentuale c’è Bat, la British american tobacco, un altro big che ha sedi in tutto il mondo. Seguono infine la Japan Tobacco International, la Imperial Tobacco e Altadis[2]. Tutti i grandi del tabacco, nel corso dell’ultimo decennio, sono stati impegnati a vario titolo in campagne di sensibilizzazione verso i rischi del tabagismo, rivolti perlopiù agli adolescenti. Sulla scia di un rinnovato interesse per l’ambiente e le sorti dell’umanità e di un pensiero etico che ha pervaso il management e il mondo degli affari in generale, nel corso degli anni hanno impegnato ingenti risorse per dimostrare la propria sensibilità verso gli effetti nocivi dei prodotti da loro commercializzati, passando per  la messa a punto di vari programma di responsabilità sociale che hanno coinvolti diversi settori della società civile, dalla sanità all’istruzione, ma anche l’ambiente. La British American Tobacco, ad esempio, ha tra i suoi obiettivi l’implementazione di buone pratiche agricole, che combinino una produzione efficiente con una corretta gestione ambientale, attraverso un uso ottimizzato del suolo e delle risorse idriche e dei prodotti chimici per l’agricoltura, insieme a programmi di tutela della biodiversità e riforestazione, che permettano agli agricoltori, che necessitano di legno nella cura del tabacco, di ottenerlo in maniera sostenibile.[3]  “In Philip Morris Italia S.r.l. siamo fortemente impegnati per fare la differenza all’interno delle comunità in cui il nostro personale vive e lavora- afferma dalle pagine del suo sito Philip Morris Italia S.r.l ( con sede a Roma, si occupa della commercializzazione nel paese dei brand Philip Morris International.)- sosteniamo organizzazioni no-profit che lavorano su progetti relativi alla formazione, alla cultura, alla prevenzione della violenza domestica e alla lotta contro la fame e la povertà estrema.[4]

Un’altra multinazionale fortemente impegnata a comunicare il proprio impegno nel sociale è McDonald. Attraverso la sua fondazione, la Fondazione per i Bambini Ronald McDonald- a cui sono destinate le monetine che i clienti inseriscono nelle graziose teche di plastiche poste in prossimità delle casse- ha costruito delle dimore temporanee per i genitori che hanno i propri figli ricoverati in cliniche pediatriche lontane da casa Solamente nel 2013, grazie alle donazioni, la fondazione ha raccolto  la cifra di 1,36 milioni di franchi.”[5] .Questo gesto di solidarietà ed altruismo collide con la politica commerciale adottata dalla multinazionale del cibo veloce, la quale promuove il suo cibo come salutare ed adatto all’alimentazione dei bambini, ma è risaputo che dietro il mondo di spensieratezza, coni gelato e palloncini colorati si cela un’altra verità. Cibo ad alto contenuto di grassi animali, zucchero e sale e basso contenuto di fibre e vitamine. Numerosi studi hanno  è stato collegato che questo tipo di dieta porta malattie cardio-circolatorie, cancro, diabete e artrite. Aziende fortemente impegnate nel sociale e la cui logica sottesa è in sostanza vendere la morte- a piccole dosi- e promettere la vita alla comunità, ai bambini malati, impegnarsi nel rispetto dell’ambiente , attraverso bellissimi quanto illusori programmi di responsabilità sociale. E come se questo concetto, ancora poco conosciuto ai più, abbia assunto nel tempo  le parvenze di un grazioso paravento che in un gioco di luci ed ombre cela la verità e di essa non lascia trapelare se non un’ombra. Ma per coloro che sanno vedere,  la verità- dietro i sorrisi e gesti di altruismo- è evidente.

http://www.lintellettualedissidente.it/economia/vendere-la-morte-promettere-la-vita/

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