il business dei vaccini


Africa e non solo: il business dei vaccini

Il 23 settembre 2014, una sentenza del Tribunale del lavoro di Milano ha decretato l’esistenza di un «nesso causale» tra il vaccino esavalente Infanrix Hexa Sk (contro difterite, tetano, poliomielite, epatite b, Haemophilus influenzae di tipo B e pertosse) prodotto da GlaxoSmithKline e l’autismo, e ha condannato il ministero della Salute, che ha “adottato” questo farmaco, a versare per tutta la vita un assegno bimestrale a un bimbo di nove anni affetto dalla patologia, al quale nel 2006 fu iniettato il prodotto.

In queste ultime settimane la polemica si è acuita in seguito ai 21 casi di decesso  legate all’uso del vaccino antinfluenzale “Fluad”. Nonostante i primi test effettuati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) abbiano dato segno negativo e che il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin abbia affermato che non ci sia «alcuna contaminazione», il dubbio rimane. In attesa di saperne di più e di avere ulteriori dati, cresce lo scetticismo sull’utilità di questi composti.

Secondo recenti sondaggi, negli ultimi anni è aumentato il numero delle persone che evitano di utilizzarli e che non vaccinano i propri figli. Come dargli torto? L’Influenza A, nel 2010, e quella Suina, nel 2009, si sono rivelate delle grandi “bufale” e, allo stesso tempo, un affare d’oro per le multinazionali. Per entrambe si paventava “l’apocalisse”, i media parlavano di «pandemie senza precedenti», eppure nulla di tutto questo si verificò. Addirittura, l’Italia per “l’influenza A” acquistò 48 milioni di dosi, che non furono utilizzate, e circa 330 milioni di euro finirono nelle tasche delle grandi case farmaceutiche.

C’è dunque un vero e proprio business dietro i vaccini. Secondo l’Oms nel 2000 questo mercato valeva 5 miliardi di dollari, l’anno scorso la cifra era salita a 24 miliardi. Soltanto in Italia, si calcola che ogni anno vengono vendute quasi 15 milioni di dosi di vaccini antinfluenzali. Un mercato concentrato nelle mani di 4-5 colossi del settore.

Uno degli ambiti più proficui è quello dei vaccini per i bambini. Vaccini contro la poliomielite, il tetano, la difterite, l’epatite B, il morbillo, la pertosse, la rosolia. E così via. Alcuni sono obbligatori, altri no. I medici consigliano di farli. Allo stesso tempo, diverse ricerche riportano dati inquietanti.

C’è dunque molta confusione in merito. L’unica certezza è il ritorno economico delle multinazionali del settore, che nel tempo hanno smarrito l’etica per strada. Oggi contano più i soldi che la salute dell’essere umano. I confini tra il bene e il male si fanno sempre più  labili e la “buonafede” delle case farmaceutiche è sempre più in discussione. C’è chi le accusa di aver diffuso malattie mortali come il cancro; chi sostiene che siano in possesso di farmaci in grado di curare gravi malattie, come la sclerosi multipla, ma preferiscono non divulgarle per tornaconti economici; chi infine afferma che speculano sulla salute delle persone.

Complottismo o meno, il mercato farmaceutico è forse l’unico che non conosce periodi di crisi.

L’ultimo grande affare per la case produttrici è il vaccino per l’Ebola. Le multinazionali del settore si sono messe subito all’opera per “debellare” il virus, che esiste dal 1976. Il primo caso fu  infatti registrato in Congo. Anche qui, non è ben chiaro come il virus sia comparso in Guinea e poi si sia diffuso in Liberia e Sierra Leone. Nonostante l’allarmismo lanciato dai media, l’epidemia non ha mai interessato altri Stati africani. Si è parlato di Nigeria o Costa d’Avorio, ma in questi Paesi non ci sono stati casi accertati.

I morti, da dicembre scorso fino ad oggi, sono 6331 su 17.800 casi. Di fronte all’emergenza, milioni di dollari sono stati stanziati dall’Onu per arrestare la “danza della morte”, come viene chiamata in Africa. Il “pericolo”, mai esistito, che la pandemia dell’Ebola potesse raggiungere l’Occidente, ha spinto decine di Paesi a finanziare ricerche e protocolli.

La campagna mediatica del terrore ha inoltre indotto l’’Organizzazione della sanità mondiale (OMS) a dare l’autorizzazione per la sperimentazione in Africa, scatenando non poche perplessità. Il rischio che gli africani vengano usati come cavie umane è una realtà. Nella prassi comune, ogni farmaco dovrebbe infatti superare varie fasi di studio e di sperimentazione per poter poi entrare nel mercato ed essere venduto e somministrato ai malati. A volte ci vogliono addirittura 15 anni.

Come denuncia Leleva.org, negli ultimi anni, però, le multinazionali del farmaco riescono ad eludere il problema di fasi di controllo troppo rigide ricorrendo al reclutamento di cavie umane volontarie in Africa e nei Paesi in via di sviluppo, al fine di sperimentare farmaci i cui test non sono ancora stati approvati negli Usa o in Gran Bretagna, ovvero le nazioni in cui si concentrano i due terzi dei profitti farmaceutici mondiali.

Negli Stati Uniti una prova clinica su un paziente costa una media di 10.000 dollari. In Africa è praticamente gratis. Oltre ad un risparmio economico, i test di sperimentazione su cavie umane africane permettono di risparmiare anche sui tempi, perché le case farmaceutiche sottostanno in questo caso alle legislazioni locali, solitamente meno restrittive. Questo permette di brevettare prima e di arrivare prima sui mercati. Per un giorno di ritardo nel lancio di un farmaco, un’azienda produttrice può perdere oltre un miliardo e mezzo di euro.

Come afferma Leleva.org, «il valore vero della sperimentazione quindi non è nel conseguire il miglior prezzo a cui poi vendere un prodotto o la sua migliore efficacia (come poteva essere decenni fa, in cui forse il business aveva ancora un’anima umanistica), ma è l’arrivare primi per brevettare prima».

Pertanto l’epidemia d’ebola, così come già successo per l’emergenza HIV, ha dato il via a nuova gara di speculazione tra le case farmaceutiche.

C’è infine un ulteriore “affare” che è venuto a galla nelle scorse settimane: la campagna di vaccinazione antitetanica, finanziata dall’Oms e dall’Unicef, in Kenya. I medici kenioti cattolici e i vescovi hanno denunciato il governo e le Nazioni Unite per aver somministrato a 2,3 milioni di donne un vaccino contro il tetano contenente un antigene che produce anticorpi abortivi.

«Abbiamo inviato sei campioni provenienti da tutto il Kenya ai laboratori del Sudafrica. Hanno riscontrato la presenza dell’antigene Hcg», ha spiegato Muhame Ngare, medico presso il Misericordia Medical Centre di Nairobi. Altri campioni sono stati analizzati dall’Università di Nairobi con risultati identici.

«Questo conferma», ha affermato Ngare, che è anche portavoce dell’Associazione dei Medici Cattolici del Kenya, «che i nostri peggiori timori si rivelano esatti; ovvero la campagna dell’Oms e dell’Unicef non riguardava l’eliminazione del tetano neonatale, ma si trattava di un esercizio ben coordinato di controllo e di sterilizzazione massiccia delle persone con un vaccino in grado di regolare la fertilità».

Elementi di prova che sono stati portati all’attenzione del Ministero della Salute prima dell’inizio della terza fase delle vaccinazioni. Secondo il governo keniota, che per ora ha sospeso la campagna dopo non poche polemiche, il vaccino è sicuro. Il ministro della Salute keniota, James Macharia, ha dichiarato alla Bbc di non avere dubbi sulla sicurezza del farmaco: «Mi sento di raccomandare a mia figlia e a mia moglie di prenderlo perché sono certo che non ha effetti negativi sulla salute».

Sulla stessa linea le dichiarazioni di Collins Tabu, capo del dipartimento di vaccinazione presso il Ministero della Salute, che al giornale keniota “Nazione” ha precisato che «ci sono donne che, nonostante siano state vaccinate nel mese di ottobre 2013 e nel marzo di quest’anno, sono in stato di gravidanza. Neghiamo che i vaccini contengono contraccettivi».

Di fronte alla smentita del governo, i medici hanno deciso di rendere il caso pubblico. Ngare ha quindi replicato: «O stiamo mentendo noi o mente il governo. Ma chiedetevi: Per quale motivo i medici cattolici dovrebbero mentire? La Chiesa cattolica ha fornito assistenza sanitaria e vaccini per 100 anni da prima che il Kenya esistesse come Paese».

Durante l’intervista a LifeSiteNews, il portavoce dell’Associazione medici cattolici del Kenya, che dispone di 54 ospedali, 83 centri sanitari, 17 scuole di medicina e infermieristica, ha spiegato che ci sono molti fattori che fanno pensare che questa campagna di vaccinazione antitetanica sia in realtà una campagna anti-fertilità: «Di Solito somministriamo una serie di tre iniezioni in due o tre anni a chiunque entri in una clinica con una ferita aperta, siano uomini, donne o bambini». Questa volta si parla di cinque iniezioni. Rispondendo a chi sostiene che il vaccino sia preventivo, Ngare ha domandato:«Se lo scopo è questo, di vaccinare i bambini nel grembo materno, perché somministrarlo alle ragazze fin dai 15 anni, quando non è possibile sposarsi fino ai 18? Inoltre la prassi per la vaccinazione dei bambini richiede di aspettare fino a quando non hanno sei settimane di vita». Per di più queste vaccinazioni hanno escluso i maschi e le bambine sotto i 13 anni, che in teoria sono i soggetti più esposti al rischio di danno letale da infezione da tetano.

Il medico keniota sostiene che l’unica occasione in cui il vaccino anti tetano è stato somministrato «fu quando, sviluppato nel 1992 dall’Oms, venne utilizzato come un vettore per regolare la fertilità mischiandolo con la gonadotropina corionica umana (Hcg)». L’HCG è una sostanza che simula un ormone naturale prodotto dalle donne in stato di gravidanza, e induce l’organismo a sviluppare anticorpi contro di essa. Quando restano incinte, si innesca la produzione di tali anticorpi che causano un aborto spontaneo. Ma solo con la somministrazione di 5 dosi.

«L’ultima volta che la stessa vaccinazione di cinque iniezioni è stata adoperata, in Messico nel 1993 e in Nicaragua e nelle Filippine nel 1994, ha avuto effetti abortivi solo tre anni dopo» ha incalzato Ngare. Il che spiegherebbe come mai vengano incluse nel programma anche le giovani fino a tre anni minori dell’età legale per sposarsi.

Secondo il medico keniota, l’OMS cercò di importare lo stesso programma anti-fertilità in Kenya nel 1990. In quell’occasione, l’Associazione dei medici kenioti «avvisò il governo e la campagna di vaccinazione fu interrotta. Questa volta, non ha fatto niente».

Ngare fa inoltre notare il contrasto tra questa campagna, sommessa e riservata, e le altre, più chiassose e eclatanti. Inoltre, le dosi che non vengono iniettate nei centri vaccinazioni sono immediatamente portate via dai funzionari dell’OMS. Perché non le lasciano ai centri come fanno sempre? Di solito, ha spiegato il medico, «si chiamano in causa tutte le parti interessate tre mesi prima della campagna, come accaduto con il vaccino contro la poliomielite poco tempo fa», mentre in questo caso «solo pochi operatori hanno avuto il permesso di somministrarlo. Arrivano scortati dalla polizia. E portano via tutto quando hanno finito. Perché non lasciare che lo somministri il personale medico locale?».

E, infine, perché tanta urgenza? In Kenya non è in corso un’epidemia di tetano.  Secondo i dati del governo, ogni anno muoiono per questa causa 550 bambini su oltre 44 milioni di persone. Ci sono altre malattie, tra cui la malaria e l’Aids, che fanno molte più vittime. Pertanto non ci sono i presupposti per una campagna di vaccinazione di massa contro il tetano. Il sito dell’Unicef che finanzia l’operazione insieme all’Oms, riporta invece che è in corso una lotta al tetano neonatale. Sul loro sito, si legge che il tetano provoca la morte di «un neonato ogni 9 minuti» e che «quasi tutte le vittime appartengono a famiglie povere che vivono nelle aree e nelle comunità più svantaggiate. La malattia, che può facilmente essere prevenuta somministrando un vaccino alla donna in gravidanza, si trasmette al bambino quando il parto avviene in condizioni non igieniche, per esempio quando vengono usati materiali non sterilizzati per tagliare il cordone ombelicale. A questo punto, anche la vita della madre è in pericolo. Con almeno tre dosi di vaccino, dal costo complessivo di soli 2 dollari, una madre il suo bambino restano protetti per 5 anni». Appunto, tre e non cinque.

«Quello che sta accadendo è gravissimo», ha rimarcato a Tempi.it Stephen Karanja, ginecologo, presidente dell’Associazione dei medici cattolici del Kenya e membro del consiglio esecutivo della commissione Salute della Conferenza episcopale del Kenya: «Le ragazze stanno subendo trattamenti di sterilizzazione a loro insaputa».

Dopo tanta reticenza, il governo keniota ha deciso di sospendere le somministrazioni e ha  istituito una commissione di inchiesta per fare luce su questa controversa campagna nazionale di vaccinazioni.

Quello che è successo in Kenya non stupisce. In Africa, decine di migliaia di bambini, tra cui neonati nelle prime settimane di vita, fanno da cavie per testare un nuovo vaccino. Ad esempio, quello contro la malaria.

Il finanziatore di questa operazione è Bill Gates, che ha investito 100 milioni di dollari nell’affare tramite la sua fondazione “benefica”. A produrre il vaccino in questione è la GlaxoSmithKline, colosso farmaceutico già sotto inchiesta in Argentina per la morte di 14 bambini su cui stava sperimentando un vaccino contro la polmonite e l’otite.

Il vaccino, chiamato  RTS, S/AS02, venne testato dal 1998, nell’Africa Subsahariana, in collaborazione con la USAMRU-K, unità speciale africana dell’esercito nordamericano. In seguito ai risultati “incoraggianti”, dal 2004, il vaccino viene sperimentato su migliaia di bambini in Kenya, Tanzania, Mozambico, Ghana, Gabon, Malawi e Burkina Faso. La prassi è sempre la stessa. Si va nei villaggi più poveri dove la maggior parte delle donne sono analfabete e ottengono il loro permesso senza sapere i rischi che il vaccino può comportare.

Secondo i dati pubblicati dalle riviste mediche The Lancet e New England Journal of Medicine, il vaccino antimalarico ridurrebbe l’incidenza di malaria tra il 35 e il 53 per cento dei casi. Un risultato alquanto modesto se si pensa che vaccini tradizionali come quelli contro la polio, il tetano o l’epatite B arrivano a sfiorare il successo totale.

Francesca Dessì

http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2014/12/29/africa-e-non-solo-il-business-dei-vaccini.html

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