Che fine ha fatto il petrolio?


dhL’autore del presente articolo è un utente del sito che lavora nel settore petrolifero. Per questo motivo preferisce restare anonimo.

Come è profondo il mare – Il destino del petrolio sversato durante il disastro del Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

In sintesi

Nell’Aprile del 2010, la vita marina del Golfo del Messico è stata sconvolta da un evento le cui conseguenze sono tuttora largamente ignote. L’esplosione di un pozzo di estrazione della compagnia British Petroleum (qui di seguito BP), posto a circa 1500 metri di profondità, ha determinato lo sversamento in mare di circa 500mila tonnellate di petrolio, più un altro 24% considerando la frazione gas, come metano, propano etc. (Per un riassunto ed approfondimenti vedi qui).

Con una tale quantità di petrolio si possono riempire più di 315 piscine olimpioniche, e con la sola parte gassosa fino a 35 miliardi di Zeppelin. Provate per un solo attimo ad immaginare un cielo così. A causa delle difficoltà nelle operazioni di richiusura del pozzetto, lo sversamento è proseguito per 83 giorni, diventando il più grande sversamento di petrolio nella storia degli Stati Uniti d’America, e secondo solo – nel mondo – a quello intenzionale di Saddam Hussein durante la guerra del Golfo del 1991 (qui una lista prima del Deepwater Horizon. L’equivalente in galloni è di 200 milioni).

Che fine ha fatto il petrolio?

Stime di un gruppo di esperti del governo USA indicano che solo una minima frazione è stata recuperata (16-17%), mentre la maggior parte è stata dispersa (intenzionalmente o naturalmente) nell’ambiente: o disciolta in mare, oppure precipitata nel mare profondo, oppure evaporata. Di un’altra parte ancora si sono perse completamente le tracce (circa il 22%).

Si sa però che l’impatto sulla vita del mare profondo è tuttora impressionante. Fino al 2013, l’acqua estratta dai sedimenti del mare profondo del Golfo del Messico aveva un grande capacità di mutagenesi del DNA; in alcuni frutti di mare, le concentrazioni di petrolio erano fino a mille volte superiori ai livelli minimi per il consumo umano; fino al 2015, il sedimento marino profondo era largamente considerato contaminato a livelli da bassi a moderati. Stime sull’inquinamento del solo fondale indicano che ne è interessata un’area compresa almeno fra i 3200-8000 km2. É come dire che un singolo pozzo petrolifero esplode nel centro di Luxembourg City, ma contamina un’area grande da 1,3 a 3 volte l’intero stato del Lussemburgo.

La parola alla Scienza

Nei 6 anni intercorsi dal disastro ambientale del Deepwater Horizon, numerosi studi scientifici hanno cercato di comprendere il suo impatto in particolare sul fondo del mare. Data l’unicità dell’evento, c’era e c’è molto da imparare. Non solo: i dati scientifici prodotti su questo evento sono l’unica fonte “giornalistica” che descrive cosa sia veramente successo. La lettura dei molti studi scientifici deve però premettere una considerazione molto banale: una grande frazione del petrolio è più leggera dell’acqua. Se di essa non si può nasconderne il destino, in quanto ha finito per emergere in superficie e spargersi ovunque, coste meridionali degli USA comprese, su quella sott’acqua si può stare a discutere parecchio, in quanto non si vede.

L’unica (bio)tecnologia disponibile per combattere gli sversamenti ad alta profondità è l’uso dei batteri del mare. È noto infatti che la vita microbica sia ampiamente capace di usare il petrolio come fonte di carbonio ed energia, trasformando il petrolio in biomassa o anidride carbonica. Del resto, se non fosse così la continua introduzione di petrolio nel fondo dell’oceano tramite infiltrazioni (oil seeps), sorgenti idrotermali e vulcani sottomarini (asphalt volcanoes) ci avrebbe già completamente sommersi. Ad ogni modo, queste nicchie ambientali sono caratterizzate da un continuo contatto con il petrolio su una scala di tempo di secoli, mentre i disastri ambientali come il Deepwater Horizon sono eventi dove tonnellate di petrolio vengono riversate in un ecosistema non adattato nello spazio di pochi giorni. A complicare il tutto, sembra farsi spazio l’ipotesi che le tipiche vie usate dai batteri per degradare il petrolio quando si trova a pressione ambiente non siano quelle usate ad alta pressione, condizione tipica del mare profondo. In mancanza di una indicazione precisa su quali siano le reali vie metaboliche principali è anche difficile stimolarne l’attività e decontaminare il fondale marino.

Meta-comunicazione

Riviste come Science e Nature hanno dato ampio spazio ad articoli centrati sul destino del petrolio della BP nel mare profondo e sul ruolo dei batteri nel degradarlo. Senza alcuna eccezione, tutti i lavori usciti su queste riviste parlano esclusivamente delle potenziali vie metaboliche che avrebbero potuto degradare il petrolio, senza però poterne portare la prova. Esperimenti in laboratorio con campioni contaminati prelevati dal mare profondo hanno dimostrato che la potenziale attività dei batteri era davvero intensa, sebbene nessun esperimento abbia usato le condizioni tipiche del fondo del mare, cioè alta pressione e bassa temperatura. In pratica, la linea editoriale di questi top journals che impongono il vocabolario alla scienza occidentale è stata di parlare solo della potenziale risposta della Natura (senza l’onere di doverla dimostrare!). Nello stesso 2010, la rivista Science pubblicava un articolo con un dato letteralmente incredibile: vi si stimava che l’azione dei batteri avrebbe impiegato solo 6 (sei) giorni per ridurre della metà la frazione più biodegradabile del petrolio sversato in mare (circa il 35% del totale). Pensate: 500mila tonnellate di petrolio pompate fuori dalla crosta terrestre a più di 150 bar per 83 giorni, e questi midiciali batteri del Golfo del Messico in soli 6 giorni ne hanno già fatto fuori il 17%!

Altro che batteri, sono dei piraña cresciuti a cocaina!

Al contrario delle speranze possibilistiche delle grandi e famose riviste, quelle meno prestigiose sono le uniche dove hanno trovato spazio versioni alternative e molto dettagliate sulle effettive conseguenze del disastro ambientale. Ma del resto, a chi crederebbe uno: a Science, o ad un qualsiasi Marine Bulletin Journal? Lo spartiacque è così evidente, che basta semplicemente scorrere i nomi degli autori e delle università per sapere già di cosa parli l’articolo. Oltre a ciò, una larga parte della ricerca sugli effetti del Deepwater Horizon sono stati direttamenti finanziati dalla BP, attraverso un fondo speciale per la ricerca (The Gulf of Mexico Research Initiative). Tracciare quali lavori scientifici siano stati finanziati è piuttosto semplice, in quanto i fondi per la ricerca sono menzionati nei ringraziamenti di ogni articolo scientifico (Acknowledgements). Nonostante il fondo sia gestito da un consiglio di ricercatori indipendenti, è praticamente impossibile non notarne il mastodontico conflitto di interessi. Solo gli americani possono credere a queste patetiche fesserie propagandistiche.

Cosa abbiamo imparato?

Mentre le tecniche di estrazione nel mare profondo sono ancora approssimative, quelle di recupero del petrolio in caso di incidente stanno praticamente a zero. Sembrerà incredibile, ma questa è davvero l’unica motivazione alla base del perché lo sversamento sia durato così a lungo: non avevano dei mezzi collaudati per gestire un incidente a quella profondità. L’incapacità totale si tocca con mano in un delizioso articolo scientifico che ha dimostrato che le intense operazioni di salvataggio condotte utilizzando (in superficie) con oltre 6000 imbarcazioni in quei pochi mesi ed in quella area dell’oceano, hanno finito per inquinare il fondale marino con una ulteriore frazione di diesel esausto dai motori delle imbarcazioni stesse. Niente però può battere l’uso di 3 milioni di litri di un composto chimico (il COREXIT) usato per facilitare la dissoluzione del petrolio in mare. Questa pratica è stata apertamente criticata da una parte del settore scientifico. Tale prodotto è un marchio registrato quindi non se ne conosce l’esatta composizione chimica, ma è stato scoperto che contiene anch’esso degli idrocarburi (cioè petrolio) ed altri composti inquinanti che non si degradano nell’ambiente marino. Senza considerare che la loro efficacia in quelle condizioni ambientali non è mai stata testata. Bella trovata, averne sparati 3 milioni di litri in mare: il suo utilizzo massiccio indica chiaramente che si volesse mettere la polvere sotto il tappeto, facendo sciogliere in mare quanto più petrolio possibile.

Una persona normale penserebbe che questo abbia creato almeno qualche dubbio sulle reali capacità di estrazione di petrolio dal fondo del mare. Macché: è stato appena reso noto che fra il 2010 ed il 2014 più di 1500 pratiche sono state accordate da Obama alle compagnie petrolifere per fare fracking (hydraulic fracturing) nel Golfo del Messico.

Ora, saranno anche tutti posseduti dal diavolo, ricattabili, alienati e massoni. E magari ci vogliono sterminare in massa. Bene. Ma in quale pianeta vivranno dopo?

***

SULL’ARGOMENTO VEDI ANCHE:

La macchia di petrolio

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