Ferro e fuoco, ecocidio e asfissia, catene e malattie. Non é Hollywood ma il Sud-Est asiatico, l’Africa centrale, il Latin-America. In una parola, #palma. Chi scrive se ne occupa da parecchi anni, inascoltato fino a che d’improvviso una luce s’é accesa, nelle menti e nei cuori dei #consumAttori italiani. Da allora però, e a dispetto delle 178mila firme alla petizionelanciata da Great Italian Food Trade insieme a il Fatto Alimentare, i riflettori sono stati spenti da chi comanda la politica e l’informazione di massa.

Big Food – che si era trincerata per tempo sotto lafalse flag del ‘palma sostenibile‘ (RSPO, leggi qui), cucita su misura dell’avidità più bieca, a fianco dei palmocrati asiatici – ha investito milioni di euro per una campagna di disinformazione a tambur battente su tv e quotidiani nazionali. Ha finanziato ricerche a istituti che di scientifico hanno solo il nome, scritturando soloni fuori luogo nei contesti accademici più sensibili alla moneta, come la Bocconi che mai prima aveva seguito questi temi. Ma le notizie circolate in rete, i dati sugli scempi, la scienza ufficiale (EFSA) hanno smentito il castello di bugie. E quando le vendite di cibi saturi del sanguinario grasso tropicale sono crollate, molti hanno iniziato a fare marcia indietro, riformulare i prodotti, vantare la sua eliminazione. Non tutti però, non almeno i giganti globali che tengono posizione, dietro gli scudi delle lobby di categoria (come Nestlé, Unilever, Mondelez) ed esponendosi in prima linea, vedasi Ferrero sul caso Nutella. Le ONG internazionali sono a loro volta attratte dal potere dei soldi che fa inceppare la loro governance, così mentreGreenpeace Italia scivola sulla Nutella – senza fornire uno straccio di prova su quali piantagioni risulterebbero in linea coi criteri ‘ecologici’ – Greenpeace International continua a denunciare ledevastazioni provocate dal palma. Su WWF cala un enigmatico sipario, o pietoso velo che dir si voglia, e spuntano invece come funghi velenosi organismi ignoti e riviste fuori campo (Wired, un tempo nota per l’hi-tech) che si premurano di riprodurre i comunicati stampa della cricca del palma come fossero ‘verità definitive’. Pecunia non olet.

Il processo di produzione dell'olio di palma, foto Amnesty International.

La retorica dei servi del potere viene così sublimata verso l’astrazione, come fosse un RefeRenzium in cui votare Sì significa tributare Nutella di fiducia cieca, votare No schierarsi contro il campione nazionale dei surrogati di cacao a prezzi popolari e marchi incastonati nelle memorie d’infanzia. Ma non è così, non è affatto un voto ‘a prescindere’. Si tratta invece di accettare che in nome della massimizzazione del profitto siano perpetrati crimini internazionali contro l’umanità (landgrabbing, vale a dire deportazione violenta delle popolazioni indigene) e l’ambiente, oppure no. Laddove le mono-colture di palma irrorate di pesticidi neurotossici ovunque vietati (paraquat) hanno divorato e continuano a devastare milioni d’ettari di foreste equatoriali, naturali riserve di centinaia di specie in via d’estinzione di cui l’orango è emblema. Il desolante quadro della globalizzazione dello sfruttamento si chiude con la schiavitù e il lavoro minorile, descritti con minuzia in un recente rapporto di Amnesty International sulle piantagioni indonesiane certificate da RSPO come ‘sostenibili’. Dev’essere allora ben chiaro a tutti che le produzioni di alimenti e bio-combustibili con grasso di palma infieriscono nella violazione dei diritti fondamentali a base delle convenzioni internazionali (come quella sui Diritti dell’Infanzia, articolo 32). E dunque, l’economia di non poche merci di consumo – dalla margarina di brioche e pasticceria, patatine fritte e dolciumi, ovetti e creme spalmabili, shampoo e bagno schiuma, bio-diesel – si basa sul lavoro forzato di bambini dagli 8 anni in su, strappati alla loro infanzia per alleviare le sofferenze dei loro padri in schiavitù. I quali, ove non consegnino al padrone una tonnellata di bacche di palma ogni giorno, subiscono una riduzione punitiva della già miserrima paga.

Malesia, i bambini sfruttati per l'olio di palma.

Tutto ciò avviene sotto la stolida indifferenza delle istituzioni internazionali (ONU, FAO, UNICEF, ILO, per citarne alcune) ed europee (Commissione e Parlamento), le quali così dimostrano connivenza alle lobby dei colossi interessati, ove un posto di rilievo spetta ai petrolieri dipinti di verde. Le ONG dedicate alla tutela dei bambini (Save the Children), come quelle che professano lotta contro le ingiustizie sociali (Oxfam) o la salvaguardia dei consumatori (Consumers International, BEUC) a loro volta tacciono, proprio come la stampa e le tv. Basti annotare l’assordante silenzio deimainstream media su alcuni eventi non del tutto trascurabili:

– la valutazione scientifica 3 maggio 2016 dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, nella quale é stata conclamata la cancerogenicità e genotossicità di contaminanti di processo contenuti nel palma in misura 6-10 volte superiore ad altri oli vegetali raffinati, con monito per la salute di minori e bambini,

– i ‘Palma-leaks’ (per approfondire qui) che hanno rivelato come Big Food fosse a piena conoscenza dei pericoli per la salute di cui sopra già da una dozzina d’anni, e abbia tuttavia incrementato anziché abolire l’impiego del grasso tropicale per aumentare i profitti a ogni costo, con buona pace di rispetto delle leggi ed etica d’impresa,

– le analisi condotte da AltroConsumo, unica associazione dei consumatori ad assumere posizione,  ove é emersa la presenza dei pericolosi contaminanti in numerosi prodotti tra i più venduti in Italia.

Biscotti e merendine ma anche sostituti del latte materno e alimenti per la prima infanzia innescano un concreto pericolo di malattie incurabili che neppure le agenzie come Ansa e la stampa dichiarata ‘indipendente’ o ‘progressista’ hanno saputo comunicare, incapaci di resistere aidiktat della cricca del palma. Chi si azzarda a toccare l’argomento, come chi scrive, é etichettato ‘complottista’ e deve venire escluso dalla dialettica pianificata sui programmi ove invece intervengono i soli emissari della cricca, a nascondere e dissimulare la verità. Un recente esempio a‘Mi manda Rai Tre’, la tv di (chi comanda lo) Stato.

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“Il potere nutritivo dell’olio di palma è sette volte superiore a quello di altri oli e la popolazione mondiale sottonutrita è di 850 milioni di persone”. Questa la risposta di Giovanni Ferrero a un’intervista a Repubblica il 10 luglio 2015. Miracolo o bufala?

I ministri della salute e delle politiche agricole, entrambi confermati nel passaggio Renziloni, portano il cero secondo copione. Beatrice Lorenzin, anziché gestire l’emergenza di salute pubblica infantile emersa a seguito del parere Efsa, ha scaricato il barile sul Commissario lituano per la Salute, che la lobby di Junk Food ha prontamente ibernato. Maurizio Martina ha invece spedito il suo vice Andrea Oliviero a stracciarsi le vesti in un pubblico evento di Ferrero, per denunciare i ‘complotti’ di ignoti sodali contro la ‘gloriosa’ tradizione d’impiego del palma. Ma il più grande assente al dibattito sul palma è forse Coldiretti, che da sempre guida le politiche agricole di via XX Settembre e si proclama alfiere dell’agricoltura nazionale. Il palma sottrae enormi quote di mercato ad alcune filiere-chiave della produzione agricola nostrana – quella lattiera (panna, burro), oliva e semi (girasole, soia, mais) – ma le bandiere gialle sventolano altrove. Sarà un caso, il suo attuale presidente é piemontese, falso e cortese recita il motto, ma anche conterraneo del colosso di Alba. Che fare? Ci sono un paio di petizioni in atto, rispettivamente rivolte ai produttori di cibi per l’infanzia (Leggi qui) e a Ferrero (leggi qui). Sempre utile firmare e diffondere, ma serve altro. Eseguire scelte consapevoli di consumo, di lettura e di voto.

Palma, basta!

Servono mappature di tutte le aree coltivate e moratorie internazionali su ogni nuovo impianto, compensazione in loco dei disastri ambientali, reintegro delle comunità che hanno subito esproprio forzato delle loro terre, garanzia dei diritti dei lavoratori. Sotto la stretta vigilanza di osservatori davvero indipendenti. Solo allora, previa certificazione di merci tracciate nella provenienza, si potranno accettare le messi di ciò che è stato e non una goccia in più, poiché il vaso é già colmo.

di Dario Dongo – 19 dicembre 2016

http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/s-palma-che-tammazza/