La “provata efficacia”


Marcello Pamio, Cancro S.p.A., Revoluzione Edizioni, Orbassano (TO) 2016

informati_x_guarire_torino1911106Sabato 19 novembre, a Torino, presso il centro congressi del Qualys Hotel Royal, si è tenuto un interessante convegno, organizzato da Uno editori, dal titolo “Salute. Informati per guarire”.

Relatori: il dott. Giuseppe Di Bella, figlio del più celebre Luigi al quale è intitolata l’omonima Fondazione impegnata a svolgere ricerca e cura basate sul suo “metodo” per la cura dei tumori; il ricercatore e saggista Marcello Pamio, animatore del sito Disinformazione.it ed autore di vari libri su informazione e manipolazione mediatica; il dott. Paolo Rossaro, medico e fautore di cure “alternative” nel trattamento dei tumori.

Il convegno, durato quattro ore ed al quale ha presenziato un folto ed interessatissimo pubblico, prendeva lo spunto dalla presentazione dell’ultimo libro di Pamio, Cancro S.P.A. Il business intoccabile, con prefazione dello stesso prof. Di Bella e introduzione di Maurizio Blondet.

Maurizio Blondet, che ora scoppia di salute, è stato curato pochi anni or sono con successo da un tumore proprio dal dott. Rossaro, il quale deve difendersi da ogni tipo d’attacco perché non intende adeguarsi al filone imperante in materia. Quello, cioè, rappresentato dal recentemente scomparso prof. Veronesi.

Ma andiamo con ordine.

Di Bella ha tenuto un intervento più specialistico che divulgativo, illustrando i fattori che, in base alla sua esperienza, aiutano l’insorgere i tumori, ed i rimedi che, secondo il “metodo” scoperto da suo padre, sono in grado di garantire una notevole efficacia.

di_bellaLa questione della “provata efficacia” di una cura è difatti una di quelle più dibattute, poiché ad alterare i dati delle statistiche dell’oncologia ufficiale intervengono alcuni artifici contabili e statistici. Come quello – invero curioso – della “sopravvivenza entro i cinque anni” dall’insorgenza della malattia (e l’inizio delle relative “cure”), quando gli screening sempre più diffusi, che utilizzano macchinari in grado di vedere anche ‘l’invisibile’, anticipano artatamente “l’inizio della malattia”. Ma per innalzare la percentuale dei “successi” dell’oncologia ufficiale si ricorre anche al trucco di contabilizzare, in un’unica statistica, tumori caratterizzati da percentuali di diffusione e di guarigione assai disomogenee. In questo modo risulta facile sbandierare, di anno in anno, i “progressi” della ricerca e dell’oncologia che fa ricorso a chemioterapia, radioterapia e chirurgia, fino a percentuali sbalorditive del 50%, alle quali finiscono per credere, oltre ai donatori stimolati da note kermesse televisive, anche i medici di base che indirizzano i loro pazienti verso le uniche “cure” riconosciute ed accettate dalla “casta” medica.

Per quanto riguarda le cause dei tumori, Di Bella ha puntato il dito innanzitutto sulla diffusione abnorme di agenti tumorali, tra i quali si annoverano i residuati, sparsi nell’ambiente, di esperimenti ed esercitazioni militari, per non parlare dell’aumento della radioattività nell’atmosfera e dei campi elettromagnetici ai quali siamo sempre più esposti a causa dell’utilizzo di moderni apparecchi come i modem wi-fi e gli smartphone. Un capitolo a parte sono poi i danni provocati dallo smaltimento dei farmaci antitumorali inutilizzati (a loro volta, secondo i “bugiardini” riprodotti in appendice al libro, in grado di scatenare patologie tumorali). Sostanze trattate con estrema cautela sia dagli addetti alla produzione che da quelli impiegati nella somministrazione, il che la dice lunga sulla loro pericolosità.

luigi_di_bellaMolto interessante è stata poi l’esposizione del prof. Di Bella concernente l’uso della somatostatina (inibitore dell’ormone della crescita), della melatonina (buona se assunta pura al 99% e liofilizzata), della prolatina, dei retinoidi e della vitamina E, quest’ultima assai utile per far affiorare sulla membrana cellulare una “segnalazione” affinché intervengano dei macrofagi per eliminare il problema. Purtroppo ai nostri giorni svariati fattori influiscono negativamente sulla membrana cellulare, così come sul “codice della vita” che è il DNA, il che la dice lunga sulle condizioni ambientali nelle quali viviamo.

Particolarmente allarmante è poi stato il reiterato appello del professore a non fumare, poiché il fumo rompe i legami tra le sostanze del DNA, col risultato che, sballando il cromosoma, s’innescano mutazioni a catena nella struttura. Cose risapute alla voce “prevenzione”, si dirà, come le raccomandazioni a mangiar sano e in maniera moderata: carne bianca (una volta alla settimana), no grassi e non carni arrostite perché contengono parti bruciate, frutta di stagione (ma non fatta maturare in sylos), pesce dei mari freddi , pasta con poco glutine.

pamio_cancro-spaDi questo ed altro tratta il libro di Marcello Pamio, nel quale, in modo da risultare inattaccabile, si fa parlare la medicina “ufficiale” attraverso quel che esce qua e là sulle pubblicazioni più accreditate a nome di fiori di specialisti, salvo poi non avere alcun seguito perché business is business. Al termine del libro vengono fatti alcuni calcoli su quanto costi allo Stato la “cura” dei tumori con chemioterapie, radioterapie e chirurgia, più tutti gli annessi e connessi: cifre che, se risparmiate percorrendo altre strade più economiche, meno devastanti ed umilianti per il paziente e, cosa più importante di tutte, efficaci al di là della propaganda, permetterebbero risparmi da capogiro nell’ordine di decine di miliardi.

Capire che cosa sia un tumore e come vada affrontato è questione sempre più urgente. È di questi giorni, infatti, la notizia secondo la quale anche l’elevatissima quantità di polveri inquinanti sparse nell’aria delle nostre città provocherebbe modificazioni addirittura nel DNA. Ora, essendo il dna il “codice della vita”, è evidente che simili modificazioni non possono che condurre a gravissime patologie. Né vi è da sbalordirsi se persino il DNA si modifica, poiché tutto a questo mondo è suscettibile di cambiamenti.

Ma a fare la differenza tra le cure cosiddette “alternative” e quelle “ufficiali” (impropriamente definite “tradizionali”), oltre alla constatazione di differenti gradi di efficacia, vi è il fondamentale rispetto della persona umana, poiché quand’anche le prime non sono coronate da successo non provocano nel paziente alcuna sofferenza aggiuntiva, rispettando così il famoso Giuramento di Ippocrate. Il che non si sembra poco, anche se la “casta” della medicina ufficiale, coadiuvata dai politici e dai giornalisti, appena scopre che qualcuno che si curava “alternativamente” muore è implacabile nell’addossare la responsabilità dell’accaduto a supposti “ciarlatani” e “stregoni”. E quante sarebbero – di grazia – le morti provocate dai chemioterapici? Questo sì che sarebbe interessante saperlo, anche se ufficialmente tutti i pazienti sottoposti a questo tipo di cura, invasivo e doloroso, quando muoiono si dice che purtroppo non c’è stato nulla da fare perché il tumore era in fase troppo avanzata, c’era una recidiva, è intervenuta una complicazione cardio-vascolare eccetera. Ma se muore un paziente che segue il metodo Di Bella, per non parlare di quello del dott. Hamer, subito scatta la macchina del fango e si trova anche qualche procura pronta ad aprire un fascicolo.

pamio_fabbrica_malatiTra i principi cardine della medicina, anzi della salute stessa, che uno Stato premuroso della sua conservazione dovrebbe incoraggiare, certamente dovrebbe annoverarsi la promozione di uno stile vita sano, in armonia coi ritmi della natura. Ma vaglielo a dire a chi vuol farti lavorare anche la notte e per le feste comandate, a ritmi sempre più indemoniati e, colmo dei colmi, senza che ve ne sia un’effettiva esigenza. Quando però insorge una malattia, principio cardine della scienza medica accolto da uno Stato dovrebbe essere lasciare a medici e pazienti assoluta libertà di cura, specialmente quando si viene sempre più informati, da libri come quello di Pamio, del fallimento complessivo di una strada che, a prezzo di un mare di sofferenza, avrà anche sortito qualche settoriale successo, ma pare essere giunta – come afferma lo stesso autore del libro considerando l’età dei “baroni” dell’oncologia ufficiale – al suo capolinea perché non è più possibile andare avanti così. E se si vorrà proseguire ancora su questa via, questo libro avrà perlomeno contribuito ad ampliare la consapevolezza del fatto che, oltre a quella “rassicurante” per molti perché dotata del bollino dell’ufficialità (che, si sa, ha sempre un “fascino”), ne esistono altre di praticabili, poiché come recitava il titolo del convegno, per guarire è importante essere informati, e questo sistema fa di tutto perché le persone, quando si ammalano, non prendano consapevolezza né della malattia stessa e di che cosa rappresenta né della fondamentale libertà che tutti dovremmo avere di curarci come si vuole e da chi si vuole.

***

APPENDICI (dal libro di Marcello Pamio, Cancro S.p.A., Uno Editori 2016). Fonte: la pagina Facebook dell’autore.

Appendice 1: SI MUORE DI CANCRO O DI CHEMIO?

Ogni anno in Italia 363.300 persone ricevono una diagnosi di cancro, sono esclusi i carcinomi della pelle.
Ogni anno in Italia oltre 170.000 persone soccombono alla malattia.
Questi numeri però non devono essere interpretati e tradotti come la percentuale di mortalità del cancro, perché si verrebbe fuorviati. Se 360.000 persone scoprono il tumore e 170.000 muoiono non significa che il cancro ha una mortalità all’incirca del 50% (170.000 su 360.000 = 47%), perché non è così: la mortalità è molto più alta!

Va infatti precisato che la stragrande maggioranza di quei 360.000 tumori che ogni anno vengono scoperti non sono cancri fulminanti ma sono sovradiagnosi, cioè tumori innocui, incistati (in situ) che non creano nessun problema e nessun rischio per la vita della persona. Ma una volta scoperti – grazie agli screening – vengono catalogati come tumori e spesso curati come tali, facendo lievitare le statistiche di incidenza da una parte, i danni e le morti dall’altra.

La statistica è impietosa: nel corso di una vita media, ci dicono, circa 1 uomo su 2 e 1 donna su 3 sarà toccata dal cancro.
Ovviamente queste sono stime e sappiamo bene che con i numeri l’oncologia può affermare tutto e il contrario di tutto. Non si sta dicendo che il cancro non sia un problema serio che interessa sempre più persone, e non servono certo i matematici e/o gli oncologi a dircelo perché è la Vita stessa che parla da sola, ma va tenuto in seria considerazione il fatto che la maggior parte dei tumori è sovradiagnosi.

Appendice 2: SOVRADIAGNOSI

Si tratta del pericolo più serio della diagnosi precoce, gli screening.
Consiste nel mettere in evidenza lesioni o tumori in situ che non sarebbero MAI evoluti nel corso della vita, ma sui quali, una volta individuati, ci si sentirà obbligati ad intervenire, questo soprattutto da parte del medico che vive e trasuda medicina difensiva.

L’Industria farmaceutica ha gentilmente sviluppato tecnologie – con il plauso del mondo intero – in grado di identificare le più piccole anomalie, ha poi modificato le soglie che definiscono la normalità e creato nuove malattie.
La grande maggioranza di queste anomalie scoperte in persone soggettivamente sanissime risulta inconsistente, cioè non darà MAI sintomi o problemi nel corso della vita, ma una volta individuate queste difformità? Cosa si fa?
La PAURA in questo frangente è deleteria, perché non lascia il tempo di pensare e riflettere…

Grazie alle nuove tecnologie diagnostiche (TAC, risonanze, ecc.) e alla risoluzione sempre più alta si creano molte potenziali sovradiagnosi e quindi molti interventi inutili, ma assai dannosi.
Fa molto riflettere la dichiarazione di un radiologo americano che dopo aver analizzato più di 10.000 pazienti arriva a dire che “in realtà, con questo livello di dettaglio, non ho ancora esaminato un paziente normale”…
Qualsiasi radiologo onesto intellettualmente e moralmente libero può solo confermare questo dato di fatto.

Qualche esempio concreto di sovradiagnosi?
Il British Medical Journal il 9 luglio 2009 ha pubblicato una ricerca dal titolo: “Stimare la sovradiagnosi di tumori al seno negli screening”. Lo studio ha revisionato i dati di paesi come Inghilterra, Canada, Australia, Svezia e Norvegia e il risultato è un preoccupante 52%.
Questo vuol dire che 1 mammografia su 2 è sovradiagnosi! Un tumore su due NON andrebbe toccato in quanto innocuo e non pericoloso.

Il New England Journal of Medicine il 18 agosto 2016 pubblica uno studio sulla tiroide e in questo caso i dati sono ancora più incredibili: dal 50 al 90% dei tumori alla tiroide sono sovradiagnosi.
La quasi totalità dei tumori alla piccola ghiandola alla base del collo NON andrebbero curati.

Il tumore alla prostata è senza dubbio il più sovradiagnosticato e il trattamento ufficiale sta portando all’invalidità (impotenza e incontinenza) decine di milioni di uomini sanissimi.
La stragrande maggioranza dei tumori alla prostata scoperti con il PSA, il test più fallimentare che la medicina conosca, infatti, non causerebbe alcun tipo di problema se non venisse individuata.
La maggior parte degli uomini trattati starebbe benissimo se non sapesse di quel cancro. Ad affermarlo è nientepopodimenoché il prof. Richard Ablin, il medico scopritore nel 1970 del PSA stesso. E se lo dice lui qualche pensiero sarebbe bene farselo…

Ogni anno in America a 240.000 uomini (35.000 in Italia) viene diagnosticato il cancro alla prostata.
Gli uomini hanno un rischio del 3% nella loro vita di morire di cancro alla prostata, il che significa che il 97% degli uomini avrà il test del PSA che probabilmente causerà maggiori danni che benefici, assieme alle immancabili terapie successive alla diagnosi.
La lettura di questi dati è inquietante: la sovradiagnosi nel cancro alla prostata mediante PSA è del 97%.

Alcuni uomini muoiono di cancro della prostata,
ma quasi tutti muoiono con il cancro alla prostata!

Dopo quello che è stato appena detto sorgono delle domande: le persone stanno morendo a causa del cancro o a causa delle cure? Le persone che hanno il cancro e seguono i protocolli guariscono o no? Cosa accade a tutte le persone sovradiagnosticate?
Per rispondere a queste delicate domande è importante conoscere l’origine storica della chemioterapia…

Appendice 3: ORIGINE STORICA DELLA CHEMIOTERAPIA

Innanzitutto è necessario occuparsi di guerra chimica, la cui paternità va attribuita al chimico tedesco Fritz Haber.
Allo scoppio della Grande Guerra il dott. Haber dirige il prestigioso Kaiser Wilhelm Institute a Berlino e il suo laboratorio chimico ha un ruolo centrale nello sforzo bellico: sviluppa gas irritanti utili per stanare dalle trincee i soldati nemici.
Tra tutti i gas studiati uno solo emerge per caratteristiche utili allo scopo: il cloro.
Questo gas dal colore gialloverde è estremamente tossico ed è caratterizzato da un odore soffocante che penetra violentemente nelle vie respiratorie.

Il 22 aprile 1915 l’esercito tedesco scarica oltre 146 tonnellate di gas di cloro (detto dicloro o diossido di cloro) a Ypres in Belgio: le truppe francesi, britanniche e canadesi prese alla sprovvista cadono come mosche cercando di proteggersi le vie aeree con banali fazzoletti.
Fu una vittoria straordinaria per i tedeschi, ma Fritz Haber pagherà molto caro questo attacco perché, qualche giorno dopo aver usato il gas, sua moglie Clara Immerwahr, chimico pure lei, si suicida con un colpo di pistola direttamente al cuore usando l’arma di servizio del marito che per questi servizi era stato promosso al grado di capitano…

Gli Alleati nel frattempo si sono dotati di maschere antigas per cui il cloro non è più un problema. Fatta la legge e trovato l’inganno. Haber per ovviare il problema maschera mette a punto il fosgene, costituto da una miscela di dicloro e monossido di carbonio. Meno irritante per naso e gola del cloro stesso ma rappresenta la più letale arma chimica preparata a Berlino, poiché attacca violentemente i polmoni riempiendoli di acido cloridrico.
Verso la fine della Guerra quando le vittime dei gas si contano a decine di migliaia Haber lancia il suo ultimo ritrovato: il gas mostarda, detto anche iprite. Il nome deriva dalla località in cui è stato sperimentato: le trincee di Ypres in Belgio.

Gli effetti del gas mostarda sono terribili: provoca vastissime vesciche sulla pelle, brucia la cornea causando cecità permanente e attacca il midollo osseo distruggendolo e inducendo la leucemia.
Proprio da questa leucopenia (diminuzione dei linfociti nel sangue) nasce il concetto medico di chemioterapia.
Ma andiamo per ordine.

La sera del 2 dicembre 1943 il porto di Bari era gremito da quasi una quarantina di navi cariche di preziosi rifornimenti, tra queste la nave americana John Harvey partita dal porto di Baltimora. La Harvey, a differenza delle altre navi, aveva le stive piene di bombe all’iprite. Oltre 100 tonnellate di iprite (gas tossico e vescicante) sotto forma di bombe lunghe 120 centimetri e del diametro di 20. La nave sarebbe stata scaricata il giorno seguente.
Alle 19,30 uno stormo di aerei della tedesca Luftwaffe arrivarò nel porto di Bari bombardando le navi.
La John Harvey colpita prese fuoco e l’iprite mescolata alla nafta delle petroliere affondate formò un velo mortale su tutta la superficie del porto, mentre i suoi deleteri vapori si sparsero ovunque intossicando i polmoni dei sopravvissuti .
Il numero esatto di morti non si saprà mai, ufficialmente si parla di circa 1000 cittadini baresi uccisi.

Nel rapporto che seguì l’incidente vennero evidenziati dei fatti interessanti: le persone colpite da iprite svilupparono una grave aplasia del tessuto linfoide e del midollo osseo. Il colonnello statunitense Steward Alexander nella sua relazione finale notò che dalle autopsie dei morti per iprite si notava una notevole soppressione dei linfomi e dei mielomi.
Questo rinforzò l’ipotesi che solo un anno prima Goodman e collaboratori avevano fatto sull’impiego di derivati dell’iprite.
I dottori Goodman, Gilman e Dougherty somministrarono mostarda azotata (derivata dell’iprite) in sei pazienti affetti da linfoma maligno registrando un miglioramento iniziale delle condizioni cliniche e una riduzione delle lesioni neoplastiche. Poco importava se tale terapia era risultata devastante sotto altri punti di vista: questo era quanto bastava perché venisse pubblicato nel settembre del 1946 uno studio di portata epocale sull’effetto dell’iprite nei linfomi. Tale studio venne pubblicato sulla rivista Science con il titolo: “Azioni biologiche e indicazioni terapeutiche delle beta-cloroetilamine e dei sulfidi”.

Tutto ciò diede inizio – purtroppo per noi – all’utilizzo della chemioterapia che giunge fino ai nostri giorni.
Negli attuali bugiardini dei chemioterapici alla voce Categoria terapeutica viene riportato: “Analoghi della mostarda azotata”.
“Le mostarde azotate – ce lo dice il Ministero della Salute alla voce Emergenze sanitarie – furono prodotte per la prima volta negli anni Venti come potenziali armi chimiche. Si tratta di agenti vescicatori simili alle mostarde solforate. Sono in grado di penetrare le cellule in modo rapido e causare danni al sistema immunitario e al midollo osseo”.

Quindi la chemioterapia è nata grazie ad un incidente di guerra ed è una vera e propria arma chimica!
Lo scrivono nei bugiardini le stesse case farmaceutiche che li producono e lo conferma il Ministero della Salute.
L’utilizzo in guerra di tali armi chimiche è vietato da numerose convenzioni: Dichiarazione dell’Aja del 1899, Convenzione dell’Aja del 1907, Protocollo di Ginevra del 1925 e Convenzione di Parigi del 1993, ma nella guerra al cancro non solo sono legittime ma sono anche le uniche riconosciute.

Oggi ad un qualsiasi malato di cancro viene iniettato un mix di sostanze chimiche vietate in guerra per la loro pericolosità dalla Convenzione di Ginevra.

Appendice 4: SOPRAVVIVENZA AL CANCRO E ALLA CHEMIO

Una persona col tumore a cui vengono iniettati nel sangue farmaci derivati dall’iprite e dalle mostarde azotate (vescicanti e distruttori midollari) guarisce o no?
La risposta è che nonostante questi trattamenti alcune persone sopravvivono (non tanto al cancro ma alle cure ufficiali) e le testimonianze ovviamente non mancano. Ma tali persone avevano un cancro fulminante? Rientravano invece nella diffusissima sovradiagnosi? E tutto questo a che costo?

Come sempre i pro e i contro vanno soppesati e valutati entrambi.
Al Sistema interessa solo screditare mediaticamente tutte le persone che decidono di non fare i protocolli, ma evitano accuratamente di parlare di tutte le centinaia di migliaia di persone che muoiono ogni anno facendo le cure ufficiali. Come mai?
Forse i morti non sono tutti uguali: ci sono quelli di seria A e quelli di serie B?

Sui pericoli e sull’inutilità della chemioterapia citotossica nella sopravvivenza vi sono alcuni studi magistrali.
Il 5 agosto del 2012 la rivista Nature ha pubblicato uno studio nel quale si evidenzia come la chemioterapia usata per il cancro alla prostata in realtà può stimolare, nelle cellule sane circostanti, la secrezione di una proteina che sostiene la crescita tumorale stessa rendendo immune il tumore a ulteriori trattamenti.
I ricercatori dello studio hanno spiegato che i risultati “indicano che il danno nelle cellule benigne può direttamente contribuire a rafforzare la crescita cinetica del cancro”, e questo ha trovato conferma, oltre al tumore alla prostata, anche in quello al seno e alle ovaie.

Del dicembre 2004 è la faraonica ricerca scientifica a firma di Grame Morgan (professore associato di radiologia al Royal North Shore Hospital di Sidney), Robyn Ward (professore oncologo all’University of New South Wales), Michael Barton (radiologo e membro del Collaboration for Cancer Outcome Research and Evaluation del Liverpool Health Service di Sidney).
Lo studio intitolato: “Il contributo della chemioterapia citotossica alla sopravvivenza a 5 anni dei tumori in adulti” viene pubblicato su una delle più prestigiose riviste di oncologia del mondo, Clinical Oncology.
La meticolosa ricerca si è basata sulle analisi di tutti gli studi clinici randomizzati condotti in Australia e Stati Uniti nel periodo compreso tra gennaio 1990 e gennaio 2004.
L’analisi ha interessato 225.000 persone malate nei 22 tipi di tumori più diffusi e curate SOLO con chemioterapia.
Quando i dati erano incerti gli autori hanno deliberatamente stimato in eccesso i benefici della chemioterapia.
Nonostante queste accortezze la conclusione non lascia spazio a tante interpretazioni:

Sopravvivenza Australia > 2,3%
Sopravvivenza Stati Uniti > 2,1%

“Molti medici continuano a pensare ottimisticamente che la chemioterapia citotossica possa aumentare significativamente la sopravvivenza dal cancro”, scrivono nell’introduzione gli autori.
“In realtà – continua il professor Grame Morgan – malgrado l’uso di nuove e costosissime combinazioni di cocktails chimici… non c’è stato alcun beneficio nell’uso di nuovi protocolli”.
Se la chemio citotossica contribuisce alla sopravvivenza a 5 anni per un miserrimo 2% cosa è accaduto al rimanente 98% dei pazienti? E dopo 10 anni, ci sono dati?
Domande prive di risposta….

Un’altra ricerca interessante è quella del dottor Ulrich Abel, epidemiologo tedesco della Heidelberg/Mannheim Tumor Clinic. Abel chiese a circa 350 centri medici sparsi nel mondo l’invio di tutti gli studi ed esperimenti clinici sulla chemioterapia.
L’analisi durò parecchi anni e alla fine quello che risultò è la non disponibilità di riscontri scientifici in grado di dimostrare che la pratica della chemioterapia prolunghi la vita in modo apprezzabile.
Quindi da oltre sessant’anni stiamo usando farmaci citotossici che non solo non funzionano, ma che inducono più problemi e danni della malattia stessa.

di Enrico Galoppini

http://www.ildiscrimine.com/marcello-pamio-cancro-s-p-a-revoluzione-edizioni-orbassano-to-2016/

 

 

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